La notte dei sorci
(prima parte)
La palestra di Jim Bonanno è al primo piano di un palazzo sbilenco dipinto a righe rosse e gialle, all'incrocio fra Haight Street e Masonic Avenue.
”JIM’S GYM” recita l’insegna, inno luminoso ai pessimi giochi di parole.
Pare sia molto frequentata il sabato pomeriggio, quando la consueta accozzaglia di stimati professionisti, segretarie flaccide e ragazzini al primo risveglio puberale viene a sganciarsi la pancera.
Posticino irrilevante, direte voi. Nulla da invidiare alla vostra palestra di quartiere, quella in cui vi sfondate i polmoni sul tapis-roulant, correndo incontro al miraggio della magrezza. Del resto, la puzza di sudore è la stessa all over the world.
”JIM’S GYM”, lampeggia il neon. JIM’S GYM. Buio. JIM’S GYM. Buio.
Jim però ha capito come arrotondare le entrate e verso sera organizza lotte tra galli, cani idrofobi e topi di fogna ammaestrati. Lo sanno tutti. Al punto che spesso, con l'alibi della retata, i poliziotti mollano le volanti in seconda fila e scendono in cantina a scommettere.
Oggi è martedì.
Martedì di solito significa sorci, ma qualcuno vuole convincere Bonanno a cambiare in corsa il menù.
«C'è stata una rissa al Mad Cow. I figliocci di O' Bryan contro quelli di Fantino.»
«Italiani contro irlandesi. Che novità. Morti?»
«Due a due.»
«Amen.»
«Il problema è che detestano pareggiare.»
«Quasi quanto odiano perdere. E allora?»
«Vengono a tirare i calci di rigore da te, Jim. Stasera.»
«No no. Guardami negli occhi. Cosa ti dicono i miei occhi? Al. Diavolo. “Al diavolo”, ti dicono. Che se le risolvano per strada, le loro fottutissime magagne. Oggi è martedì e martedì significa che ci ficco i topi ammaestrati, sul ring.»
«Jim…»
«Che cazzo c’è? Io faccio divertire la gente, non organizzo massacri di massa. E poi perché io, Ed, me lo sai dire? Dopotutto sono italiano. Non ce li vedo, gli irlandesi contenti di giocare in trasferta.»
«Contenti no, ma sia Fantino che O’ Bryan sanno che sei solo mezzo italiano. E che fondamentalmente non te ne frega un cazzo né di uno né dell’altro. È il campo più neutrale che siano riusciti a trovare in tutta Frisco.»
«Eddie, mi hai sentito, per caso? Ho detto di no.»
Dieci secondi di silenzio. Il barman scodella sul tavolo due bicchieri pieni.
«Grazie Mike.»
«Ascoltami. Se concedi il campo, guadagniamo il 50% delle scommesse. A loro non gliene fotte niente dei soldi, l’importante è il risultato. Vince la squadra con meno cadaveri, chiaro? Bene. E a noi soldi a strafottere. Ma se vieti loro di venire qui a scannarsi, ti farai nemiche entrambe le squadre.»
«Hanno detto così?»
«Jim, lo sai bene che loro non dicono mai. Loro fanno. Ti ricordi del Cinese? Quello col ristorante a North Beach? Voilà. S’è fatto un bel tuffo tra le otarie. Morto assiderato. E perché? Perché avendo dovuto tenere il tavolo prenotato a due cosche rivali, la stessa sera, s’è cacato sotto. Ha disdetto le prenotazioni. Risultato: due gang incazzate e un giallo morto.»
«E che avrebbe dovuto fare?»
«Quello che farai tu, se sei furbo: lasciare che se la risolvano nella tua cantina.»
«Nient’altro?»
«Nient’altro.»
Jim ci pensa su, getta nella gola un altro quartino di whisky e asciuga la bocca con una manica della camicia.
«Va bene. Stasera, alle 11 precise. Per il pubblico non è un problema. Avverto quelli che posso e gli altri verranno qui per topi un po’ più grossi. Ma niente pistole. Devi dirlo a O’ Bryan e soprattutto a Fantino: non voglio pistole qui dentro. Bastoni, martelli, sedie, quello che gli pare. Preferirei che la gente attorno non si trovasse un buco in testa.»
«Tutto chiaro.»
«Bene.»
Eddie corre al telefono pubblico.
Jim, rimasto solo al banco, ordina un altro bicchierone cuocibudella.
«Quel ragazzo ha solo sedici anni. A sedici anni non dovresti sapere nulla di sparatorie, risse, morti. E invece Eddie sa tutto. Hai sentito come parla, no? Come se avesse già capito ogni cosa.»
«Forse non dovrebbe frequentare te. Jack o scotch?», chiede il barista.
«Entrambi, Mike, entrambi.»
«Allora Jack e scotch. Non è un po’ troppo, per il quinto bicchiere?»
«Sta’ zitto e versa. Puoi risparmiarti le prediche, tanto all’inferno ci andrò comunque, e tra non molto.»
«Puoi sempre dire di no.»
«Dipende. Se la domanda sottintesa è “Vuoi vivere?”, certo che posso rispondere di no. Ma non credo nell’abnegazione.»
(continua…)